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LA TRAPPOLA DELL’INDICE

DA DOVE HANNO ORIGINE GLI INDICI CHE ALLERTANO UNA CRISI D’IMPRESA?

Nel 2019 il mondo bancario e il legislatore italiano hanno introdotto un nuovo sistema di “indici d’allerta” della crisi d’impresa.
Il primo li introduce tramite l’adozione del principio contabile IFRS9.
Il secondo con la promulgazione del nuovo Codice della Crisi e dell’Insolvenza (abbreviato “CCI”) grazie al D.lgs. n. 14 del 12 gennaio 2019, emanato in attuazione della L. 155 del 19 ottobre 2017 che, in considerazione della modifica apportata all’art. 389 dello stesso dall’art. 5 del recentissimo D.L. 23 dell’8 aprile 2020 (“Decreto Liquidità”), entrerà in vigore il 1 settembre 2021 e sostituirà integralmente la vigente Legge Fallimentare (Regio Decreto 267/42).

Entrambi hanno cercato di determinare degli indicatori (noti anche come early warning indicators) su metriche di bilancio o su KPI esterni (come ad esempio ritardi di pagamento o tempi di rimborso di un debito) che devono essere in grado di far emergere lo stato di crisi dell’azienda.

 

INDICI CHE SEMPLIFICANO UNA SITUAZIONE COMPLESSA

È innegabile come un indice abbia il vantaggio di sintetizzare una situazione complessa. L’applicazione di una formula o di un KPI rende la realtà semplice e comprensibile. Ma a volte tutto ciò nasconde delle inside che a molti sfuggono se non si approfondisce il dato con competenza ed esperienza manageriale.
Lo stato di salute di un’impresa non può fermarsi alla lettura superficiale di alcuni indici.

 

IL RAPPORTO TRA PFN/EBITDA

Vediamo ad esempio un caso concreto.
Prendiamo un indice che negli ultimi anni è molto utilizzato dal mondo bancario e manageriale: il rapporto tra PFN/EBITDA.

La PFN (Posizione Finanziaria Netta) esprime il debito finanziario netto dell’impresa, ossia il saldo fra i debiti e gli attivi finanziari. E’ uno dei principali indicatori utilizzati per valutare la performance e la solvibilità di un’azienda.

L’EBITDA (o Margine Operativo Lordo) è il risultato operativo dell’impresa al lordo degli ammortamenti e delle svalutazioni ed esprime la capacità di generare “flusso di cassa”.

Secondo i nuovi indici previsionali tale rapporto non deve essere superiore a 6.
Tale numero esprime gli anni che l’azienda dovrebbe impiegare per azzerare il proprio indebitamento.

 

LE ORIGINI DELL’INDICE

Tale numero è stato utilizzato per la prima volta in occasione dell’Asset Quality Review (nota anche come AQR) operata sulle banche europee dalla Banca Centrale Europea e poi anche dalla Banca D’Italia. Da un’analisi dei clienti buoni o cattivi per le banche è emersa la discriminante che coloro che superavano il valore 6 entravano nella soglia delle aziende fallite.

 

RIESCE A RAPPRESENTARE LA REALTÀ?

Come anticipato all’inizio di questo articolo gli indici hanno il privilegio di fare sintesi ma devono essere letti e tradotti attraverso le pieghe nascoste del bilancio e della gestione aziendale.

Facciamo un esempio:
L’azienda X presenta un indice PFN/EBITDA con valore pari a 10.
Nello specifico un PFN pari a 1.000.000 e un EBITDA pari a 100.000.
PFN/EBITDA = € 1.000.000/€ 100.000 = 10

La registrazione di tale risultato attiverebbe subito l’allert da parte dei revisori e del sistema bancario con conseguenze restrittive e penalizzanti per l’azienda.

In realtà se andiamo a fare un’analisi delle voci di bilancio ci accorgiamo che l’EBITDA ha un valore contenuto a causa del compenso dell’amministratore unico il quale preferisce essere remunerato in questo modo piuttosto che percepire dei dividendi a fine anno. Il compenso amministratore è un costo che compare nella parte superiore dell’EBITDA e perciò impatta in modo determinante nel valore dell’indice in questione.

Se prendiamo in considerazione i competitors dell’azienda X ci accorgiamo che il compenso del nostro amministratore è un po’ troppo generoso. L’attività di benchmark ci aiuta a comprendere che il compenso amministratore normalizzato è pari a 25.000 e che i 75.000 in eccesso del nostro amministratore sono “utili mascherati da costi”.

Dopo questa analisi possiamo normalizzare l’EBITDA a 175.000 aggiungendo ai 100.000 iniziali i 75.000 che l’amministratore ha aggiunto generosamente al suo compenso.

A questo punto l’indice PFN/EBITDA risulterebbe pari a:
PFN/EBITDA = € 1.000.000/€ 175.000 = 5,7
collocandosi al di sotto del valore 6 e rispondendo pienamente alle soglie di allerta degli indici previsionali.

 

UN FALSO NEGATIVO

Siamo di fronte ad un falso negativo. Se ci soffermavamo alla lettura superficiale dell’indice avremmo catalogata l’impresa X come “cattiva” e incapace di ripagare i suoi debiti in un tempo ragionevole. Questo è purtroppo l’approccio di chi ama le scorciatoie e si limita spesso all’utilizzo di un software che produce algoritmi senza conoscerne il business in cui opera l’azienda X.

Grazie alla sinergia tra le competenze tecniche e le conoscenze manageriali, oggi l’azienda ha l’opportunità di discernere la realtà e ristabilire il giusto rapporto tra algoritmi e capacità di fare impresa.

Marco Zampieri
Socio e AD – Manager A Tempo Srl
marco.zampieri@manageratempo.com

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Autore: Marco Zampieri
Pubblicato il 04 / 12 / 20
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