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ADRIANO OLIVETTI: L’IMPRENDITORE DEL “SI PUÒ FARE”

È BASTATO UN VIAGGIO

È bastato un viaggio negli USA. Visitò più di 100 fabbriche. Capì che nulla doveva essere come prima. Andò dal padre Camillo, fondatore della Olivetti, e propose un ampio programma di modernizzazione dell’azienda. Fu così l’avvio di un modello aziendale che cambiò radicalmente la cultura imprenditoriale e manageriale.

Adriano Olivetti nacque l’11 aprile 1901 a Ivrea. Dopo la laurea in Ingegneria chimica industriale al Politecnico di Torino, nel 1924 Adriano inizia l’apprendistato in fabbrica, come operaio. Fin da subito inizia a lavorare alla prima macchina per scrivere portatile, la MP1, che uscì sul mercato nel 1932. In quello stesso anno assume il ruolo di Direttore Generale e nel 1938 subentra al padre come presidente.

Con la sua fabbrica ha creato una casa per accogliere talenti, uno spazio per creare valore iniziando dalle persone. Non si può semplificare la vita di Olivetti. La vita delle persone che innovano il loro tempo è complessa, intensa, dai connotati difficili da comprendere.

 

UNA VISIONE INNOVATRICE

Olivetti non era catalogabile. Nessun innovatore lo è, altrimenti non sarebbe tale. È risultato essere a volte un visionario. Concepire la fabbrica esaltandone la bellezza non è comune a tutti. La sua visione innovatrice è sembrata a molti cadere nell’incapacità di capire i problemi del mondo, della gente, della società in cui viveva.

In realtà Adriano Olivetti non aveva sposato una causa a tutti i costi, ma aveva capito le vere aspirazioni delle persone che vedono nel lavoro una risposta per risolvere le loro situazioni drammatiche. La sua intuizione è stata quella di intravedere in ogni dipendente e operaio quali fossero i talenti e le necessità. Capì che c’è un forte legame e un difficilissimo equilibrio tra le persone e il territorio e che bisognava prestare attenzione a questo connubio. Comprese che la ricerca e l’innovazione scaturiscono dalla capacità di valorizzare i talenti. La sua passione per la ricerca lo ha portato a progettare e produrre il primo computer al mondo, la Programma 101, che fu il frutto di innumerevoli errori e fallimenti.

 

L’ESPERIENZA DELLA SCONFITTA

Adriano Olivetti non aveva il “complesso della sconfitta”. Era consapevole che per creare qualcosa di unico al mondo fosse necessario sacrificare la sua vita per permettere di dare un senso alla sua missione.

I grandi successi della storia sono nati sempre da un fallimento.
Non per niente il motto della Silicon Valley è “We call failure experience!”.
Questo valore, incarnato da Adriano Olivetti ed esaltato poi dal polo tecnologico più importante al mondo, è molto lontano dalla cultura italiana dove non è ammesso il principio di fallibilità.

Ogni giorno nelle nostre aziende si vive con la paura di sbagliare e con la difficoltà di mettersi in gioco. Non ci sono le condizioni che facilitano le persone a rischiare e a decidere. Si preferisce avere sempre la protezione di qualcuno. Lo dimostra anche l’entrata in età avanzata nel mondo del lavoro o la paura di fare stage o tirocini in quanto motivo di sfruttamento o di retribuzioni troppo basse.

La paura di sbagliare o di prendere decisioni si è annidata oggi anche nel management o nella governance di qualche azienda. A volte il black out decisionale è frutto di situazioni conflittuali interne, o di circostanze che hanno portato chi dovrebbe decidere a prendersi responsabilità a cui non è preparato. In questi casi si è perso il senso di fare impresa, di credere fermamente nel proprio business, di rischiare per il solo motivo di provare a fare qualcosa di meglio.

Olivetti aveva capito che se metti al centro la persona e gli crei i presupposti per mettere a frutto i suoi talenti, crei le condizioni per abbattere la paura e per creare conoscenza, innovazione e benessere.

Dobbiamo perciò ripartire dall’esperienza della sconfitta per riscoprire il vero senso di fare impresa. La persona nel proprio ambiente lavorativo deve essere vista come un fine con cui condividere la speranza di poter cambiare il mondo.

 

SI PUÓ FARE

Nell’esperienza della sconfitta come spinta all’innovazione e al cambiamento c’è un filo rosso che lega le opere di Adriano Olivetti. Le possiamo riassumere come il rifiuto della mentalità del “non si può fare”.

Adriano Olivetti credeva fermamente in ciò che faceva e soprattutto per chi lo faceva. Non era un imprenditore che lavorava solo per accrescere la sua ricchezza personale. Ma non era nemmeno un imprenditore che faceva solo della carità per il solo gusto di riempire un vuoto personale.

L’obiettivo di Adriano Olivetti è quello di conciliare il bene della sua fabbrica con il bene dei suoi dipendenti. In molti lo hanno deriso perché tale idea sembrava irrealizzabile. Invece lui ci è riuscito, ha creduto nel “si può fare” creando un’ambiente dove le persone potevano accrescere la propria conoscenza e la capacità di discernimento. La realizzazione di biblioteche, scuole, cinema ha creato spazi e luoghi di condivisione e di crescita comune.

Tutto avvenne tra il 1930 e il 1960. Non solo riuscì a far crescere l’impresa, ma anche Ivrea cambiò volto. Nacque la città industriale, un insieme di edifici destinati alla produzione e al tempo libero dei dipendenti disegnati dai più grandi architetti dell’epoca. Un complesso urbano che nel 2018 è stato riconosciuto patrimonio dell’umanità dall’Unesco.

 

LA CULTURA ACCRESCE LA CAPACITÀ CRITICA

Innalzare la cultura dei propri dipendenti porta inevitabilmente ad accrescere la capacità critica dell’azienda e a facilitare la ricerca continua del proprio fine e della propria identità all’interno di un mercato. Ciò potrebbe essere anche la soluzione per poter attrarre i talenti. Si stima che nel prossimo futuro le aziende più attrattive saranno anche quelle più competitive. Siamo passati dall’era del prodotto all’era dello sviluppo del mercato. Ora stiamo entrando nell’era delle competenze. Creare un ambiente di lavoro in grado di offrire una prospettiva di benessere professionale e psicofisico è la vera sfida per l’innovazione e la sopravvivenza.

Nella Silicon Valley, ma anche alcuni casi in Europa e in Italia, ci sono aziende (basti pensare a Apple e a Google) che hanno una struttura simile alla fabbrica di Olivetti ma che non hanno ancora saputo trovare lo spirito e la stessa carica valoriale. Il rapporto con il territorio è completamente assente e non vi è nessuna idea di economia civile che cerca di mettere in equilibrio gli interessi dell’impresa con gli interessi di una comunità.

Se valutiamo la vita di Adriano Olivetti, spentasi il 27 febbraio 1960, dal punto di vista strettamente manageriale, potremmo affermare che il traguardo della Programma 101 non ha generato poi lo sviluppo di un polo tecnologico avanzato come quello creato dagli Stati Uniti o dal Giappone negli ultimi decenni.

Quello che a noi rimane è però l’esempio di un imprenditore che ha avuto il coraggio di crederci fino in fondo, andando oltre la sconfitta, con la determinazione che tutto “si può fare”.

 

Marco Zampieri
Temporary Manager Specializzato in Direzione Generale
Passaggio Generazionale | Gestione del Cambiamento
marco.zampieri@manageratempo.com

 

Foto tratte da https://it.wikipedia.org/ e https://www.xn--ministeriodediseo-uxb.com

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Autore: Marco Zampieri
Pubblicato il 05 / 03 / 21

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